“La tempesta”, opera profonda dedicata al senso della vita

«Quando preparavo “Il manoscritto del principe”, il film in cui ho raccontato gli ultimi quattro anni della vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (quelli in cui scrisse “Il Gattopardo”) – spiega il regista Roberto Andò – per trasmettere la mia idea del principe all’attore che l’avrebbe interpretato, il grandissimo Michel Bouquet, lo paragonavo a Prospero e gli leggevo quel che lo stesso Lampedusa aveva scritto della “Tempesta” per i suoi allievi. Tomasi descriveva la commedia come l’ultimo slancio fantastico di un genio, e ne invidiava il brio indiavolato. Nel raccontarla a Francesco Orlando vi metteva qualcosa di sé, ritrovandosi perfettamente nell’addio alla vita intonato dal mago: “E il mio finire è la disperazione”. Da allora ho sognato molte volte di portarla in scena».

“La tempesta” di William Shakespeare per la regia di Roberto Andò e con Renato Carpentieri protagonista (produzione Teatro Biondo Palermo) è in cartellone al Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto sabato 30 novembre alle ore 21.

«Penso che “La tempesta” – aggiunge il regista – sia un geniale omaggio al teatro, e una delle commedie più profonde che siano state dedicate al senso della vita. È l’opera della rigenerazione, dove il naufrago, il disperso, l’usurpato ritrovano il filo interrotto delle loro esistenze. Se c’è una ragione per cui ancora oggi questa commedia ci parla, è nell’idea, per nulla semplice o banale, che l’essere umano sia destinato a convivere con la tempesta, e che dopo ogni tempesta debba fare chiarezza dentro di sé. Come pure, per dirla con Auden, che l’unica magia che ci è concessa sia “il potere d’incanto che viene dalla disillusione”».

«Nella visione che abbiamo voluto dare della “Tempesta” con Gianni Carluccio – spiega Andò – l’isola è diventata una casa disastrata (allagata dalla pioggia e dal mare?), di cui Prospero ha fatto il laboratorio di una speciale esplorazione dell’anima, un interno-esterno circondato da un mare all’inizio in tempesta, poi calmo, e, alla fine, quando Calibano resta il solo abitante dell’isola, di nuovo in preda a un disordine di cui non si prefigura l’esito. La nuova traduzione di Nadia Fusini nasce dalla sua lunga, profonda, frequentazione del testo di Shakespeare, e il nostro adattamento nasce dal desiderio di tendere l’azione, lasciandone l’intera responsabilità alla mente di Prospero, alla sua regia. Renato Carpentieri, un attore giunto all’essenza del suo grandissimo talento, mi dà la certezza di un Prospero memore di quell’accento che ancora si ritrova in certi preziosi, e isolati, intellettuali del Sud, mossi da una disperata intelligenza, e, insieme, da una infinita disposizione al fantasticare, offesi dall’intollerabilità del reale, ma vocati a una dolente dolcezza, a un indomabile furore».

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